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Ormai quando penso a questo disco l’aggettivo che mi viene in mente con più frequenza è “colorato”. Sembra una scemenza, una frase fatta, ma se ci ragiono mi rendo conto che già l’associare una connotazione cromatica a una esperienza auditiva è un fatto per nulla banale.

“Fantasma” ad esempio era un disco ricchissimo di strumenti, suoni e parole, eppure se lo ascolto non gli associo affatto il concetto di “ricchezza cromatica”. È un disco monocolore, e se proprio dovessi sceglierne uno, di colori, direi il grigio scuro (che, intendiamoci, a mio parere è un bellissimo colore). In che modo dunque “L’amore e la violenza” è un disco più colorato? Per le melodie, di sicuro.

Dal punto di vista del pentagramma, queste canzoni hanno maggiore varietà. Non ce l’ho affatto con le canzoni popolari tendenti alla mononota, anzi, ma stavolta in fase compositiva (ricordo che i Baustelle scrivono sempre prima la musica e poi le parole, e non cambiano una nota per adattare la musica al testo) ci siamo lasciati andare maggiormente.

Scrivendo melodie che spaziassero libere, melodie di quelle che non hanno paura di essere cantate, ma che allo stesso tempo sono scritte come se non dovessero essere ricoperte dalle parole di nessuna lingua. In questo modo un compositore si scrolla di dosso la responsabilità di rispettare ruoli, modelli, etc., e compone attingendo senza paura dal grande “secchio” di suoni della storia.

E quindi olé, si va via lisci, ci si aggancia senza timori alle melodie – di qualsiasi genere – già scritte, rimodellandole e reimpastandole secondo la propria sensibilità.

Morricone nella sua autobiografia ammette di aver citato l’Adagietto di Mahler in un famoso tema della colonna sonora di “C’era una volta in America”.

E dei Baustelle si dice spesso “sono citazionisti”. E chi non lo è? O meglio, tutti i compositori lo sono quando sono davvero liberi.

Questo è forse il nostro disco più libero, da questo punto di vista. In una intervista di qualche mese fa ho detto che “L’amore e la violenza” sarebbe stato un disco “oscenamente pop”.

Questo intendevo: musica che non si vergogna di esibire la propria libertà. Si potrà dire che sia bello o brutto, riuscito o non riuscito, ma di sicuro questo disco più che altri nostri precedenti lavori osa nel mettere in collisione materiali e ispirazioni musicali di matrice diversa, nel mischiare alto e basso, sacro e profano.

In questo senso è “colorato”: nella maniera in cui gioca a essere libero. Chi l’ha detto che non si può far suonare Haydn e Moroder nella stessa stanza? Dipende dal modo in cui li fai suonare, e dal coraggio che hai nel lasciarli provare. Volevamo fare un disco con dentro le canzoni pop che non sentiamo mai alla radio, fare un disco di canzoni pop che per una volta, come una volta, non temano di rivelare una propria eccitante complessità.

Molta musica pop del passato possedeva questa caratteristica: penso agli Abba, ai Beatles, a Bacharach, a Brian Wilson, agli Oliver Onions, a Battiato. Qualcuno storcerà il naso, ma persino “Maledetta primavera” la possedeva. Un sogno colorato, una giostra, le montagne russe.

Una volta completato armonicamente e melodicamente il disco, abbiamo cominciato a pensare a quale vestito dovesse avere. Ci siamo detti: dopo la libertà, il dogma. Primo, niente batteria. Questo sarà un disco ritmico ma la batteria sarà sostituita da campionamenti ritmici.

Quello che sentite nel disco è perciò una “ultra batteria” fatta da auto campionamenti di tamburi del nostro percussionista Sebastiano De Gennaro e micro samples pazientemente presi da vecchi vinili (solo cose pubblicate fra il 1975 e il 1982, perché ci interessava un suono fat e asciutto, senza riverberazione naturale nella ripresa).

Secondo dogma: niente orchestra, l’abbiamo già usata esaustivamente in “Fantasma”. Usiamo piuttosto la sua finzione, il suo fantasma (ironia della sorte), ma – attenzione! – usiamo la sua finzione organica. Il “finto vero”. Quindi nessun timbro digitale, nessun plugin o software, solo vecchi o nuovi sintetizzatori analogici, un vero Mellotron, un organo Vox Continental. Accostati alle chitarre elettriche e ai timbri naturali delle acustiche, del pianoforte, della marimba.

Non è questione di essere retrò, se usiamo un Minimoog è perché crediamo che il suo suono abbia la pasta giusta per dare concretezza alla nostra visione. Abbiamo tanti difetti ma non siamo mai stati dei fighetti.

F.B.